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A suo modo, al mondo intero, l’ha spiegato Robin Williams, con la sua interpretazione nel film Patch Adams. In realtà però la pellicola altro non era che il resoconto di una storia reale, quella di Hunter “Patch” Adams, medico statunitense che negli anni Settanta introdusse all’interno della medicina standard una terapia olistica particolare, quella del sorriso.

Al di là del caso particolare e se vogliamo un po’ estremista, questa teoria si basa su una convinzione importante, ovvero che l’umore e l’autostima di una persona influisca in un verso o in un altro nella guarigione da una malattia.

E’ risaputo infatti che la componente emotiva gioca un ruolo importante nei malati, anche in quelli gravi. La motivazione a debellare la malattia, il desiderio di uscire vincente da una battaglia contro un male è senza dubbio positivo.

Non a caso la storia della medicina racconta di casi reali in cui il processo di auto-guarigione funziona: è il cosiddetto effetto placebo.

Certo, non vale per le malattie serie e gravi, che necessitano di cure e terapie, ma anche in questo caso la giusta motivazione assume un ruolo importante. Essere convinti di potercela fare è il primo passo per la guarigione. L’accettazione e la gestione della malattia è una responsabilità del paziente e in quanto tale influisce sull’esito.

Ecco perché è importante non buttarsi mai giù, indipendentemente dalla malattia della quale si soffre, ma cercare dentro di sé la forza di poter andare avanti. Ognuno ha un principio di auto-guarigione insito e nel momento del bisogno è necessario poterlo tirare fuori.

NIHIL SUB SOLE NOVI (Niente di nuovo sotto il sole),direbbe SALOMONE.Tutte le parole sono state dette-così il romanziere ebreo austriaco Josef Roth nel Mercante dei Coralli.In ebraico,però,considerata l’efficacia del termine,DEBARIM,”parole”,significa anche “fatti”. La storia si ripete anche per la nuova organizzazione societaria dell’AIRO.Il lettore (e siete tantissimi) che si fosse illuso sia pure in piccola parte sul fatto che il precedente numero del nostro giornale potesse aver generato una qualche replica ai rilievi critici relativi al problema della questione meridionale della oncologia italiana che pure ha prodotto, grazie alla sensibilità dell’amico Mollica in quel di Catanzaro una qualche riflessione sul tema,fa bene a ricredersi.Per quanto riguarda il fronte interno “radioterapico” , a noi più vicino “BUIO PESTO”.Riparte invece il solito teatrino del “Censimento dei Centri”,che finirà col citare ancora una volta anche presidi ormai chiusi da anni o comunque dotazioni tecnologiche comprate e mai messe in funzione.Riparte il patrocinio di un arcaico progetto formativo basato su classiche lezioni frontali itineranti coinvolgendo oltretutto anche centri (Avellino) dove allo stato vige una procedura concorsuale in itinere dai risvolti giuridici riguardo una “singolare metodologia “adottata in tema di assunzioni temporanee di personale medico,in barba tutto questo all’aspetto di “TERZIETA” cui una società scientifica dovrebbe attenersi sia su un piano deontologico che giuridico. Un valido progetto formativo dovrebbe invece sempre partire dalle reali esigenze dei bisogni formativi e “mai” dall’alto (magari giusto per fare qualcosa).E sicuro di interpretare l’ esigenza di molti giovani colleghi mi sento di dire che uno di questi bisogni è rappresentato dalla formazione medica atta a valutare meglio la cosiddetta “EVIDENCE MEDICINE”.Formazione questa molto sentita negli altri paesi europei (Scuola di Rotterdam e USA in testa). Il Congresso Annuale congiunto CARO-COMPT 2007 potrebbe a mio parere aprire la strada anche in Italia per studiare nuove formule organizzative congressuali.Se dovessi trarre una conclusione dall’ottimo lavoro svolto da questo congresso direi che i confini di lavoro dei due maggiori attori della Radioterapia Oncologica e cioè quello dei fisici e dei radioterapisti diventano sempre meno netti e scontati per cui soprattutto nell’uso delle nuove tecnologie e delle nuove metodiche diagnostiche è auspicabile che anche il momento formativo risulti sempre più “congiunto”ai fini di una migliore assicurazione di qualità ,di un migliore controllo del “rischio clinico”,di una migliore declinazione della medicina basata sulla evidenza. Tra le tante e originali relazioni tenute a TORONTO (Ontario) abbiamo scelto quella di J.CAO e allievi del LONDON HEALTH SCIENCES CENTRE ,University of Western Ontario. Il Gliobastoma multiforme (GBM) è il più frequente e uno dei più aggressivi tumori maligni degli adulti.Un recente studio (STUPP et al.NEJM,2005) ha dimostrato un vantaggio in termini di sopravvivenza per una terapia concomitante e adiuvante di chemioterapia con TEMOZOLAMIDE (TMZ) aggiunto ad u ciclo standard di XRT di 60 Gy in trenta frazioni in 6 settimane comparato alla XRT singola. In uno studio riporatato da ROA et al. (JCO 2004) pazienti anziani con GBM trattati con un ciclo di terapia ipofrazionata (40 Gr/15/in tre settimane) dimostra una sopravvivenza similare e un beneficio palliativo del tutto sovrapponibile al ciclo di 6 settimane (sopravvivenza assoluta 5.6 versus 5.1,P=0,57). Presi insieme ,questi trials suggeriscono che la XRT ipofrazionata con TEMOZOLAMIDE concomitante potrebbe essere una ragionevole opzione palliativa nei pazienti anziani. Per valutare l’efficacia di questa strategia,CAO et al. hanno condotto uno studio retrospettivo su pazienti anziani con diagnosi di Glioblastoma Multiforme (GBM) tra il 2000 e il 2006 che eran stati tratati in questo modo presso il loro centro.Gli autori hanno identificato 34 pazienti che ricevettero RXT ipofrazionata più TEMOZOLAMIDE concomitante e adiuvante.Per lo stesso periodo gli stessi identificarono 20 pazienti che ricevettero XRT ipofrazionata da sola con TMZ usato come trattamento di salvataggio in caso di progressione clinica o radiografica. Tra i pazienti XRT+TMZ,la media di età era di 69.1 anni (range 59-81,SD 5,9).,il KPS mediano era di 80 (range 30-100) e 18 su 34 (53%) ricevettero una chirurgia di debulking prima della RT. La sopravvivenza mediana attuariale tra i pazienti XRT+TMZ fu di 5.2 mesi (95% CI,4,5-8.6) praticamente simile a quella riportata da ROA e allievi con la XRT ipofrazionata usata singolarmente. I pazienti trattati sequenzialmenteerano simili su un piano demografico (età media 67.3 8range 60-81,SD 5.1),con mediana di KPS (performance status) 80(range 30-90),14/20 (70%) erano stati preceduti dalla chirurgia di debulking e la sopravvivenza attuariale assoluta era maggiore di 13,4 mesi (95% CI,10.0-19.3). I risultati di CAO et al. Dimostrano che la chemioterapia concomitante con TEMOZOLAMIDE non conferisce un beneficio di sopravvivenza addizionale in questa popolazione anziana e suggerisce che un approccio sequenziale può essere un strategia migliore.

Non bisognava essere “NOSTRADAMUS” per sapere che sarebbe avvenuto lo scandalo della Santa Rita” a Milano.Ed è solamente l’inizio di una serie di casi analoghi.”La medicina è progredita ma molti medici non sanno più cosa sia la sofferenza,la persona che soffre”, sia esso un tumore o una semplice ernia iatale.”Ho conosciuto la paura dei miei ammalati e ora so cosa provava Don Rodrigo…il suo terrore essere gettato ai Monatti” (Gianni Bonadonna). Pensavo a queste parole del caro vecchio oncologo italiano sui cui libri tutti,chi più chi meno,ci siamo formati prima che le nostre arti (oncologia e radioterapia oncologica) somigliassero sempre di più a delle Holding Finanziarie anziché a delle serie e oneste discipline scientifiche. Lo scandalo di Milano rimette sotto i riflettori non solo quelle parole di Bonadonna ma soprattutto l’annoso problema della applicazione dei cosiddetti “DRG”.Questa metodologia adottata peraltro in molti paesi europei e non classifica tutte le malattie che richiedono interventi medici o chirurgici e rimborsa ai singoli ospedali o cliniche accreditate una determinata cifra,proporzionale alla complessità e quindi al costo dell’intervento.Il ragionamento non farebbe una piega se l’Italia fosse un “PAESE NORMALE”.Ma così non è e qui i paragoni si sprecherebbero.Fatta la legge,trovato l’inganno. Ecco allora la corsa eccessiva in molte regioni (la Lombardia non è certo la prima) ad accreditare strutture private che in pratica possono vivere solo se ottengono una convenzione con il Servizio Sanitario nazionale o in alcuni casi di forte squilibrio pubblico-privato (vedi la radioterapia in Campania),anche senza l’ausilio della stessa.Di questo avremmo preferito si discutesse nei consigli societari e non di tesserine e di password o di candidature improbabili. Ecco allora che affaccendati in simili problemi il “GAP” tecnologico per far fronte alle moderne terapie aumenta giorno per giorno come ci dimostra il recente studio di Donald B.Fuller apparso nel numero di aprile del 2008 del cosiddetto RED JOURNAL ed oggetto di una pubblica comunicazione dell’Autore in quel di San Diego in California. Abbiamo scelto questo lavoro perché ben ci fa capire come i progressi della Radioterapia Oncologica non sono misurabili soltanto in termini di miglioramento della sopravvivenza ma soprattutto nella misura in cui le nuove metodiche rendono più accettabili i trattamenti in termini di compliance medico-paziente,fattore questo che dovrebbe essere determinante nella scelta di presidi terapeutici in centri che sono all’inizio della loro attività. Lo studio si è occupato di valutare prospetticamente il ruolo della Radiochirurgia con CYBERKNIFE per il cancro della prostata a basso rischio o a rischio intermedio e di confrontare tale trattamento con l’uso negli stessi pazienti con BRACHITERAPIA HDR.E’ stato infatti dimostrato che la brachiterapia HDR rappresenta un approccio estremamente efficiente per il trattamento del tumore della prostata,il cui uso è suffragato da sostanziali evidenze cliniche.Tuttavia la necessità di inserire molteplici cateteri nella prostata,nella quale rimangono per l’intera durata del trattamento (1-3 giorni tipicamente) ha fatto si che sia i pazienti sia i medici cercassero alternative meno invasive e più efficienti economicamente. Il trattamento primario veniva effettuato con Radiochirurgia Cyberknife (9,5 Gy*4 frazioni) con distribuzione della dose HDR all’interno della prostata .In pratica in questi pazienti non vi era la necessità di ospedalizzazione o di anestesia sempre indispensabili per la metodica HDR tradizionale. I principali outcomes clinici di questo studio mostrano rapida riduzione dei livelli di PSA (Prostate Specific Antigen) tra i pazienti sei mesi dopo il loro trattamento con minimi effetti collaterali a breve termine. Questi studi preliminari sono incoraggianti e ci fanno ben sperare nella pubblicazione di studi a lungo termine di questi tipi di trattamenti nella ottica sempre più futuribile di un progresso medico più vicino ai veri bisogni del malato e quindi meglio accettato da un “consapevole “ consenso informato così come previsto dall’attuale codice di deontologia medica.